BELLA DENTRO

 

È buono ciò che è bello o è bello ciò che è buono? Quando l’estetica influenza il palato.

di Federico Ramello
Allievo della V edizione del Master in Food Quality Management and Communication

Mamma, Papà ci siamo licenziati

Capita sempre più spesso di trovarsi nella condizione di cercare un drastico cambiamento di vita a prescindere dagli studi condotti e dagli investimenti lavorativi.
Giorgia e Vit (nomi di fantasia) sono infastiditi dal concetto di spreco, più per indole ed educazione che per idealismo, ma la cosa che li manda davvero in tilt è scoprire che gran parte di questo spreco viene generato solamente da canoni estetici definiti a tavolino o dalla grande distribuzione e dunque del tutto innaturali, completamente slegati dall’effettiva qualità e sapore dei prodotti.

L’unica soluzione di recupero, al momento, è la vendita di questi scarti all’industria (produzione di succhi e distillati) per la quale però viene riconosciuto all’agricoltore mediamente il 10% del valore di mercato della merce.

Quindi che si fa per cambiare le cose? 

Da qui la nascita di bella dentro: il
primo progetto italiano nato per combattere
gli sprechi ortofrutticoli.
Giorgia e Vit decidono quindi di iniziare la loro personale battaglia a favore di quelle banane nate più curve del solito o di quelle mele che a causa della grandine si ritrovano qualche ammaccatura qua e là. Ape acquistata, maniche rimboccate e agricoltori contatti…cosa manca? Niente. Il progetto, da grande idea, si trasforma in realtà e i giovani imprenditori iniziano ad acquistare frutta e verdura scartata e a rivenderla in giro per Milano.

Un’occhiata sul mondo

La FAO calcola che ogni anno si sprechino 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, pari a 1/3 della produzione totale destinata al consumo umano.
Di questo miliardo, 222 milioni sono le tonnellate di cibo che vengono sprecate nei Paesi industrializzati: una cifra che, da sola, sarebbe sufficiente a sfamare l’intera popolazione dell’Africa Subsahariana.

E l’Italia?

Secondo la Coldiretti la totalità del cibo che finisce nella pattumiera servirebbe a sfamare 44 milioni di persone.
Ciò di cui la maggior parte di noi non è ancora consapevole, è quanto di questo spreco sia generato già nella fase produttiva e, nella fattispecie, parlando di produzione agroalimentare (frutta e verdura) nel momento della raccolta.

Può un canone estetico condizionare così tanto la nostra vita?

Dato che sulla bellezza si pensa e si scrive da duemila e cinquecento anni, solo un ingenuo può credere che alla domanda sulla sua essenza si possa rispondere con una definizione o una formula.
Nonostante tutti noi ci sentiamo dire fin da quando siamo bambini che non è importante come siamo fatti fuori ma come siamo dentro, il fattore estetico condiziona le nostre vite in quasi tutti gli ambiti. Il concetto di perfezione che ci circonda è ovunque, che ci piaccia ammetterlo o meno…

Ma è davvero cosi importante?
In fin dei conti una ciotola di susine, rimane sempre una ciotola di susine.

“Noi siamo quello che mangiamo” diceva Ludwig Feuerbach…

I prodotti di qualità hanno un forte legame con il territorio inteso come spazio fisico, climatico e ambientale, ma anche con il contesto culturale e storico. Questi prodotti hanno fatto la storia dei loro luoghi di origine, affondano le radici nella cultura della comunità, sono la prova concreta dell’abilità nell’ottenere il meglio dalle risorse locali disponibili, ad esempio, le tecniche colturali tramandate da generazione in generazione. La qualità, quindi, non si definisce solo in una degustazione tecnica volta ad assegnare punteggi, a stabilire scale di valori o a determinare standard qualitativi. Il modello alimentare qualitativo è quello rispettoso dell’ambiente, delle tradizioni e delle identità culturali, capace di avvicinare i consumatori al mondo della produzione, creando una maggiore condivisione di saperi.
In particolare, nel Manifesto della qualità secondo Slow Food si individuano tre elementi a cui riferirsi per costruire il concetto di qualità alimentare:

  • Buono, come la bontà organolettica, che sensi educati e allenati sanno riconoscere;
  • Pulito, come l’ambiente deve essere rispettato prendendo in considerazione le pratiche agricole, zootecniche, di trasformazione, di commercializzazione e di consumo sostenibili;
  • Giusto, come la giustizia sociale va perseguita con condizioni di lavoro rispettose dell’uomo e dei suoi diritti e che generino un’adeguata gratificazione.

Noi vogliamo aggiungerne un quarto, Bello, come ciò che non è necessario.

Rieducarci alla genuinità delle cose

L’aspetto fondamentale che le aziende non devono mai sottovalutare è rappresentato dalle modalità artigianali e dalle influenze climatiche che determinano le caratteristiche di unicità e irripetibilità dei prodotti tipici. Queste proprietà distinguono tali alimenti in speciality food, ovvero beni verso i quali il consumatore è disposto a investire tempo e risorse, e in cultural good, dotati di proprietà simboliche e comunicative forti, di una memoria storica ben radicata. Importante risulta inoltre essere la necessità di una rieducazione al gusto: occorre contestualizzare l’esperienza di acquisto e consumo in modo da creare un’esperienza unica e integrale che rimarrà indelebile nella memoria del consumatore. La comunicazione della tradizione e della cultura del prodotto risulta essere l’arma vincente.

La qualità buona, pulita e giusta è un impegno per un futuro migliore

Viviamo su uno splendido Pianeta, rispettarlo è un nostro dovere.
Buttare via alimenti crea spreco di acqua, terra, fertilizzanti, emissioni di gas serra e il tutto invano. Combattere lo spreco alimentare è una delle nostre missioni, ne siamo all’altezza…dobbiamo solo volerlo.